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Era l'alba, o almeno così suggeriva la luce color latte sporco che filtrava dalle fessure delle imposte. Reven si svegliò di soprassalto, il cuore già in gola prima ancora di capire perché.
Un rumore.
Non il solito scricchiolio del legno che si assesta, né il tonfo ritmico delle onde contro lo scafo. Era stato un suono secco, come una pagina voltata con troppa forza, o una nocca che batte su un tavolo.
Si mise seduta sulla cuccetta, i capelli appiccicati alla fronte dal sudore notturno. La cabina era immersa in una penombra grigia; la lanterna appesa al soffitto oscillava piano, spenta da ore. Si vestì in fretta – pantaloni di tela, camicia larga, stivali ancora umidi di salsedine – senza accendere luci. Ormai era sveglia. Tanto valeva salire sul ponte e controllare che la rotta fosse ancora quella folle indicata dalla bussola.
Arrivò alla porta, la mano già sulla maniglia di ottone freddo.
«...ehi. C'è qualcuno?»
La voce era bassa, maschile, un po' annoiata. Proveniva da dentro la cabina.
Reven si bloccò. Si voltò lentamente, scrutando ogni angolo: la cuccetta sfatta, il baule aperto con dentro una camicia di ricambio, il tavolo da carteggio ingombro di rotoli, la bussola che dormiva tranquilla con l'ago fermo sul nulla. Nessuno.
«Sto diventando matta» mormorò tra sé, scuotendo la testa. «Troppo poco sonno, troppe mappe parlanti nei sogni.»
Fece per aprire la porta.
«Ehiii, tu. Sei sorda o fai finta di niente?»
Stavolta il tono era apertamente sarcastico, con una punta di divertimento cattivo, come se la stesse prendendo in giro da un pezzo.
Reven si girò di scatto. Il cuore le martellava nelle orecchie. E allora lo vide.
La grande mappa pergamenata, quella presa dall'altare della caverna, era ancora arrotolata a metà sul tavolo... ma non del tutto. Un lembo si era srotolato da solo – o almeno sembrava così – e proprio al centro del cerchio vuoto, dove prima c'era solo carta ingiallita, ora pulsava una luce tenue, color ambra sporca, come brace sotto la cenere.
«Si, proprio qui» disse la voce, con un sospiro teatrale. «Avvicinati, ragazza. Non mordo. Almeno non spesso.»
Reven rimase immobile per tre lunghi secondi. Poi, lentamente, come se ogni passo potesse far esplodere la realtà, si avvicinò al tavolo.
La luce sulla mappa si fece più intensa, delineando meglio le linee curve e i minuscoli segni a forma di stella ruotata. E mentre si chinava, la pergamena sembrò... respirare. Un fremito leggerissimo, quasi impercettibile, come se la carta avesse una pelle.
«Sei... stai parlando?» chiese Reven, la voce che le uscì più incrinata di quanto avrebbe voluto.
Un piccolo sbuffo divertito, come vento che attraversa una crepa.
«Brava, ci sei arrivata da sola. Complimenti. Pensavi fossi il tuo subconscio con un pessimo senso dell'umorismo?»
Reven posò entrambe le mani sul bordo del tavolo, fissando la mappa come se potesse costringerla a ritrattare.
«Non è possibile. Le mappe non parlano.»
«Le mappe normali no» ribatté la voce, secca. «Io non sono una mappa normale, tesoro. Sono... beh, diciamo un souvenir con la lingua lunga. E tu mi hai svegliata quando hai girato quella chiave nella stella. Grazie mille, a proposito. Dormivo da secoli e stavo benissimo.»
Reven si passò una mano sul viso, cercando di ritrovare un minimo di lucidità.
«Quindi... tu sei viva?»
«Viva è una parola grossa. Diciamo che ho opinioni, ricordi e un caratteraccio. Chiamami pure "la Mappa", con la maiuscola. Mi piace.»
Un altro fremito sulla pergamena, come se stesse ridacchiando.
«Senti» continuò, «non ho tutta la mattina. L'ago della bussola sta facendo i capricci da ore e tu dormivi come un ghiro. Se vogliamo arrivare da qualche parte prima che mi annoi a morte, dovresti ascoltarmi.»
Reven si chinò ancora di più, fino a sfiorare quasi la superficie con il naso.
«Dove stiamo andando?»
La luce ambrata pulsò due volte, come un battito di ciglia.
«Bella domanda. Risposta breve: non lo so ancora. Risposta lunga: dipende da quanto sei disposta a fidarti di una pergamena parlante con un pessimo carattere.»
«Fantastico» mormorò Reven. «Quindi sei sarcastica per natura o è una scelta?»
«Entrambe le cose. Mi tiene sveglia. Ora, se hai finito di fare la filosofa del mattino, guarda qui.»
Una linea sottile, fino a quel momento invisibile, si illuminò partendo dal cerchio centrale e dirigendosi verso ovest-nord-ovest, proprio nella direzione che la bussola aveva scelto durante la notte.
«Quella linea non c'era ieri» disse Reven.
«No, infatti. Si è accesa quando hai aperto bocca e hai smesso di russare. Evidentemente la mia pazienza ha un limite e tu l'hai appena oltrepassato.»
Reven si raddrizzò, incrociando le braccia.
«Quindi mi stai dicendo che la rotta cambia in base a... cosa? A quando mi sveglio? A quello che dico?»
La mappa emise un suono che sembrava un sospiro esagerato.
«Più o meno. Io non decido la destinazione, ragazzina. Io... ascolto. E poi modifico il percorso in base a chi mi sta usando. Siete voi a scegliere, io vi mostro le conseguenze. È un patto vecchio come il mare. Molto prima che tuo padre nascesse, e guarda che era già vecchio allora.»
Reven rimase in silenzio per qualche secondo, assimilando.
«Quindi se sbagliamo rotta...»
«...io vi avverto. Con sarcasmo, ovviamente. È il mio stile. Se invece andate nella direzione giusta, magari smetto di prendervi in giro per cinque minuti. Magari.»
Un bagliore ironico attraversò la pergamena.
Reven si lasciò sfuggire una risata breve, nervosa.
«Sei insopportabile.»
«Lo so. È il mio pregio principale. Ora vai a svegliare gli altri prima che l'ago decida di fare il giro completo e ci ritroviamo al punto di partenza. E porta il vecchio Draymor. Ha una faccia da uno che sa tenere a bada una pergamena parlante. Mi piace.»
Reven fissò ancora per un attimo la mappa illuminata, poi annuì lentamente.
«Va bene. Ma se mi fai perdere tempo...»
«...ti disegno sopra una faccina triste con la lingua di fuori. Promesso.»
La luce ambrata pulsò una volta, divertita.
Reven aprì la porta della cabina, lasciando entrare la prima lama di alba vera. Prima di uscire si voltò un'ultima volta.
«Hai un nome? Oltre a "la Mappa"?»
Silenzio per un istante. Poi, con un tono improvvisamente meno tagliente, quasi pensieroso:
«Un tempo ce l'avevo. Ma è passato così tanto tempo che... chiamami pure come vuoi. Tanto non cambierà nulla.»
Reven annuì, richiuse la porta e salì i gradini verso il ponte.
Dietro di lei, sulla mappa rimasta sola nella penombra, la luce ambrata tremolò piano, come se stesse ridendo sottovoce.
«Questa ragazza» mormorò tra sé e sé «ha del potenziale. Vediamo quanto dura prima di mandarmi al diavolo.»
E laTreasure continuò a navigare, seguendo una rotta che ora parlava, e che non aveva nessuna intenzione di stare zitta.